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La deportazione per lavoro forzato
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Wednesday 14 Nov 2018
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Durante la seconda guerra mondiale l’impiego e lo sfruttamento di manodopera fu parte integrante dell’apparato di potere del Terzo Reich.

Uomini e donne provenienti dai paesi occupati dai nazisti furono deportati in Germania per essere inseriti nel sistema produttivo e nell’industria di guerra,

Con il prolungarsi della guerra e con la carenza di uomini abili in patria, perché impiegati al fronte, era impossibile per la Germania mantenere la produzione necessaria a sostenere lo sforzo bellico, Per questo divenne fondamentale reclutare un gran numero di lavoratori stranieri che sostituissero i tedeschi.

Il Nuovo ordine Nazionalsocialista prevedeva che la Germania sottomettesse sul piano razziale, politico ed economico l’intero continente europeo, e si fondava sullo sfruttamento della manodopera, sul prelievo sistematico di risorse finanziarie e sulla requisizione di materie prime, prodotti finiti e riserve alimentari.

Fra il 1942 e il 1944 Fritz Sauckel, a capo dell’ufficio del plenipotenziario generale per l’impiego della manodopera, pianificò azioni di reclutamento in tutt’Europa che dovevano raccogliere complessivamente oltre 8 milioni di lavoratori.

In virtù di particolari accordi fra l’Italia e la Germania stipulati già prima della Guerra e fra il 1938 e il 1943, circa 500.000 italiani si recarono volontariamente in Germania per lavoro.

Il reclutamento che doveva basarsi sulla presentazione volontaria, fronte diede però risultati insoddisfacenti per cui Sauckel vi affiancò misure di coscrizione, applicate in Italia con frequenza crescente dopo l’8 di settembre 1943.

Fu introdotta la chiamata alle armi con minacce di pene severe per i renitenti e i loro familiari, ci furono retate nelle fabbriche e nei luoghi pubblici, rastrellamenti di civili in occasione di operazioni contro la Resistenza e trasferimenti in Germania di detenuti condannati per reati minori.

Al Processo di Norimberga Sauckel dichiarò di aver reclutato circa 5 milioni di lavoratori; altre fonti indicano invece che alla fine del ’44 erano attivi nell’economia tedesca 8 milioni di stranieri, non solo lavoratori civili, ma anche prigionieri di guerra, internati militari italiani, prigionieri dei campi di concentramento e lavoratori volontari.

Complessivamente si ipotizza che i lavoratori coatti stranieri, nel territorio del Reich, siano stati in totale fra i 9 e i 13 milioni, in gran parte civili.

In Italia, con l’arretramento del fronte nell’estate del 1944, l’esercito nazista fu direttamente coinvolto nel reclutamento della manodopera, attraverso una serie di «rastrellamenti sistematici» nell’area appenninica fra Toscana e Emilia, che univano all’esigenza militare di liberare le zone interessate dalle operazioni, quella di inviare in Germania un cospicuo numero di lavoratori.

Nei mesi da agosto ad ottobre del 1944, soprattutto ad opera della 14a armata, furono catturati e avviati al Nord circa 60.000 civili, di cui una parte fu trasferita nel Reich.

Nel mese di agosto del 1944 circa 7.000 persone furono avviate al servizio del lavoro dalla provincia di Bologna, di cui oltre 5.000 trasferite in Germania.

Solo l’1% era costituito da volontari, il 10% da persone arrestate come partigiani o come sospetti o per reati minori e ben l’89% da civili rastrellati in prossimità del fronte dalle unità della Wehrmacht.

La zona di Monte San Pietro, dopo un primo rastrellamento avvenuto in agosto, fu toccata, ad opera della 16ª divisione SS, nei primi giorni di ottobre del 1944, dalle operazioni seguite al massacro di Monte Sole.

I documenti della Wehrmacht indicano in oltre 1.000 i rastrellati nell’area di Monte San Pietro e Casalecchio di Reno, dal 7 al 10 ottobre 1944.

Fra di loro vi erano i protagonisti della nostra storia.

 

Testo di Roberta Mira 

 

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